LA STORIA DEL CAMMELLO CHE PIANGE

Di Peter Farrelly USA, 130’, 2018

Durante la primavera, nel deserto di Gobi, una famiglia di pastori nomadi assiste alla nascita dei cuccioli delle loro cammelle. Uno dei piccoli fatica a venire alla luce, ed è è un raro cammello bianco. La madre, al suo primo parto, non ne vuole sapere e rifiuta di dargli il latte e di prestargli le cure materne.Il nonno, memore di un’antica tradizione, decide di mandare Dude, il nipote adolescente in città alla ricerca di un musicista, l’unico in grado di salvare il cucciolo. Il fratellino minore chiede e ottiene di poterlo seguire per avere l’occasione, a sua volta, di scoprire il mondo. Un gioiello. Non attori ma una vera famiglia – quattro generazioni – di pastori nomadi del Deserto dei Gobi in Mongolia, e le azioni sono quelle della loro vita quotidiana. I due giovani registi, una mongola e un italiano, non promuovono un’immagine pittoresca e ipocrita della perduta armonia primordiale: i bambini della famiglia, cresciuti gioiosamente nell’isolamento e giocando con i residui di plastica della “civiltà dei consumi”, vorrebbero il gameboy e la tv.