L’altro volto della speranza

Regia: Aki Kaurismäki,  2017,  98’,  14+

Khaled è un rifugiato siriano che ha raggiunto Helsinki dove ha presentato una domanda di asilo che non ha molte prospettive di ottenimento. Wilkström è un commesso viaggiatore che vende cravatte e camicie da uomo il quale decide di lasciare la moglie e, vincendo al gioco, rileva un ristorante in periferia. I due si incontreranno e Khaled riceverà aiuto da Wilkström ricambiando il favore. Nella società che li circonda non mancano però i rappresentanti del razzismo più becero.

Kaurismäki sta sempre su questi margini di esclusione, racconti di diaspore e esili che sono sempre, innanzitutto, individuali e poi, per il tramite di un destino comune, collettivi. Ma se l’esilio è una costante, il fatto che in L’altro volto della speranza (come già in Miracolo a Le Havre) si parli di immigrati clandestini, di fughe dalla guerra, di confini blindati, è una naturale conseguenza. Tra Khaled, Wikström e gli improbabili dipendenti della Pinta d’Oro, il miserabile ristorante rilevato dal vecchio rappresentante di camicie, non c’è reale differenza. Al netto delle differenti storie e vicissitudini, vengono dallo stesso dolore e, per volontà o per destino, abitano la stessa inquadratura, lo stesso spazio-tempo. Il che li porta per forza di cose a riconoscersi e a condividere la scena, seppur dopo il conflitto di un pugno al naso. Ed è quell’inquadratura la loro casa, lo spazio abitabile, in cui provare a inventarsi una vita possibile, ben oltre le dittature della burocrazia e della polizia, oltre la follia esclusiva dell’odio. In fondo, Kaurismäki immagina la comunione o solidarietà come un’evoluzione naturale della solitudine. E col cinema costruisce ipotesi di resistenza.

 

 

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