REMEMBER

Di Tom Egoyan, Canada, Germania, 2015, 95’, +13

Zev Guttman, ebreo affetto da demenza senile, è ricoverato in una clinica privata con Max, con cui ha condiviso un passato tragico e l’orrore di Auschwitz. Max, costretto sulla sedia a rotelle, chiede a Zev di vendicarli e di vendicare le rispettive famiglie cercando il loro aguzzino, arrivato settant’anni prima in America e riparato sotto falso nome. Confuso dalla senilità ma determinato dal dolore, Zev riemerge dallo smarrimento leggendo la lettera di Max, che pianifica il suo viaggio illustrandone i passaggi. Quattro le identità da verificare, uno il colpo in canna per chiudere una volta per tutte col passato. Tra America e Canada, Zev troverà il suo “nazista” e con lui una sconvolgente epifania. Una struttura che produce un’abile premessa smentita poi dall’epilogo, lasciando lo spettatore solo col suo desiderio di coerenza. Perché una parola e un’immagine interrompono improvvisamente il processo di costruzione di senso, invalidando il lavoro compiuto e innescando un movimento di rivalutazione della vicenda che annuncia qualcosa fino a quel momento impensabile.

In Remember, thriller senile sulla Memoria e sulla mostruosità banale del totalitarismo, che ha privato l’uomo della percezione di sé e di tutte le categorie intellettive soggettive, la violenza dell’atto di ricomposizione “uccide” il protagonista di Christopher Plummer e basisce lo spettatore empatico con la ricerca di vendetta.

UN SACCHETTO DI BIGLIE

Di Christian Duguay, Francia, 2017,110’, +13

Parigi, Joseph e Maurice Joffo sono due fratelli ebrei che, bambini, vivono nella Francia occupata dai nazisti. Un giorno il padre dice loro che debbono iniziare un lungo viaggio attraverso la Francia per sfuggire alla cattura. Non dovranno mai ammettere, per nessun motivo, di essere ebrei.

Nel film, tratto dal romanzo autobiografico di Joseph Joffo pubblicato nel 1973, lo spettatore è posizionato a fianco dei due fratelli che vivono come bambini la tragedia che sta loro intorno. Le biglie divengono così il simbolo di un’infanzia che viene messa alla prova ma finiscono anche con il rappresentare quella vita in famiglia a cui i due fratelli sperano di tornare. Lo sguardo culturalmente “distante” (Duguay è canadese) favorisce  una rilettura delle vicende che segue uno schema noto ma lo depura da qualsiasi accento di retorica consentendo alle vicende vissute dai due fratelli di “arrivare” alle nuove generazioni senza che queste se ne distanzino pregiudizialmente in quanto già viste o comunque old style.