War horse

Un film di Steven Spielbergdurata 146 min. – USA 2011. – Walt Disney  2012

Joey è un puledro esuberante, cresciuto libero e selvaggio nella campagna inglese. Separato dalla madre e acquistato per trenta ghinee da Ted, un ruvido agricoltore col vizio della birra, è destinato all’aratro e a risollevare le sorti della famiglia Narracott. Addestrato da Albert, il giovane e ostinato figlio di Ted, Joey ne diventa il compagno di avventura inseparabile almeno fino a quando i debiti e la guerra non chiederanno il conto. Venduto dal padre per far fronte all’affitto della fattoria, Joey diventa cavallo di cavalleria al servizio di un giovane capitano inglese, che promette ad Albert di prendersene cura e di riconsegnarlo a conflitto finito. Ma la guerra, cieca e implacabile, falcerà la vita dell’ufficiale e abbandonerà il cavallo a se stesso.
Galoppando da un fronte all’altro e attraversando l’Europa della Grande Guerra, Joey tocca la vita e favorisce la sorte di soldati e civili. Albert intanto, raggiunta la maggiore età, si arruola volontario per la Patria e per quel cavallo mai dimenticato.
Partiamo dal ‘giudizio’, War Horse è un film sconsolante e minore. Un film con una voglia di semplicità che fa rima con superficialità, che intende la messa in scena (solo) come scenografia, impiega in maniera evocativa e incalzante la banda sonora e musicale, è incapace di colmare spazi e personaggi di un valore metaforico. I suoi sentieri, arati o selvaggi, sono lontani dalla sensibilità formale di John Ford e prossimi a un melodramma familiare, pieno di ostacoli, dipartite e struggimenti. Eppure importa capire che cosa emerge dietro il kolossal e la grandeffettistica, dietro l’aspetto e la scrittura molto (troppo) americani.
War Horse rimette in circolo il conflitto, muovendosi sul confine incerto che separa e unisce il fascino spettacolare della guerra dal suo irremovibile orrore. Per Spielberg si tratta daccapo di congiungere il percorso della Storia (qui la Prima Guerra Mondiale) con la narrazione e il punto di vista del singolo. Niente di nuovo sul fronte hollywoodiano, certo, ma se quel singolo da salvare sullo sfondo di una carneficina è un cavallo la questione si fa più interessante. Secondo titolo zoofilo della filmografia spielberghiana, dispensando i sauri di Jurassic Park, clonati e riportati artificialmente in vita in un contesto ecologico mutato, War Horse fa il paio con Lo squalo, lavorando sull’archetipo dell’altro e giungendo alla medesima conclusione: la bestia al cinema agisce soltanto per essere uccisa. Squali, balene, gorilla incarnano sullo schermo l’alterità, la minaccia, il pericolo da sopprimere, esorcizzare, eliminare. Tuttavia il destino di Moby Dick o King Kong lo sopportano pure i Lassie, i Rin Tin Tin o qualsiasi altro animale antropomorfo della Disney, la cui disinvolta omologazione con quello che noi siamo, dimostra una volta di più la rimozione della diversità di cui la bestia è naturalmente portatrice. Il film di Spielberg, sprofondato con gli zoccoli nel fango delle trincee, attribuisce al suo protagonista equino valori e pulsioni umane secondo un modello classico che viene da Esopo e da Fedro. Se lo squalo di Amity Island nuota nel mare del perturbante e rappresenta uno spietato predatore da abbattere, il cavallo del titolo cavalca le praterie del meraviglioso e sviluppa un rapporto privilegiato con gli uomini che incrocia e che lo scampano alla morte. Il personaggio Joey frena l’istintività a vantaggio delle potenzialità simboliche, sfruttate dal regista in maniera esplicita attraverso immagini che scadono nel quadretto didascalico. Le visioni dell’animale assumono connotazioni drammatiche o ricreative, rispecchiando la condizione del ‘proprietario’ o della circostanza di turno. Regista del movimento, Spielberg (ri)trova se stesso e la lirica bestialità di Joey dentro la battaglia e una sequenza epica che commuove e turba, avviando una cavalcata febbrile interrotta nella ‘terra di nessuno’, tra le trincee avversarie e nell’abbraccio straziante del filo spinato.
Candidato all’Oscar insieme a The Artist e Hugo Cabret, War Horse condivide coi più meritevoli concorrenti le origini del cinema, dove insieme al silenzio e alla fantasmagoria, troviamo il cavallo, (s)oggetto delle prime analisi cronofotografiche del movimento di Muybridge. Un cavallo da corsa pronto a solcare lo spazio selvaggio del West e del western a venire.

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